
Carnevale a Ferrandina: Storia e Tradizioni.
Ferrandina non ha mai avuto un prototipo ben definito per festeggiare il carnevale, né ha avuto uno scenario uguale, fisso che si ripeteva anno dopo anno come i campanacci a San Mauro Forte, i Cucibocca di Montescaglioso, la maschera Cornuta di Aliano, il Rumita di Satriano o i carri in altri comuni.
Il carnevale a Ferrandina si è affidato alla spontanea fantasia dei gruppi che hanno rappresentato, ironicamente in sfilate, scene reali, episodi accaduti nei vari ambienti sociali, rurali e paesani, di dolore e di gioia.
Nascono, quindi, di anno in anno sfilate occasionali sempre diverse, come un funerale con donne, travestite e non, che piangono disperatamente la morte tragica di Carnevale e consolano la sfortunata Quarèmma; o lo scenario ironico di una donna gravida che lavorando fino all’ultimo momento, partoriva per la strada; o ancora l’originale trovata dei fratelli Pierro, “Br.ijatìr” e figli, coadiuvati da Leonardo Serafino e da altri amici che guarnirono e addobbarono un asino a mò di macchina con sterzo, fanali, frecce a bandiera e una targa MT 57 e con questo fecero il giro del corso e del paese tra la gente festante che offriva ogni ben di dio, tanto da trascorrere, poi, una settimana in cantina sempre a mangiare e bere vino; o ancora le scene a volte disperate, altre volte allegre e danzanti di Andrea Ragone “d. Muttutàr” e compagni; oppure per presentare episodi realmente accaduti, infezioni da iniezioni fatte male, andate a “su.praziòun”, sfilavano buffe infermiere, pronte a far punture con siringhe mastodontiche, precedute da uomini e donne che mostravano un deretano sanguinante e pieno di pus o medici con grosse tenaglie pronti ad estirpare molari cariati a poveracci disperati e affranti dal dolore con il viso gonfio come tante patate.
Sempre si creava un clima di festa, un’allegria spensierata, una baldoria generale, un divertimento genuino e popolare. Particolare attenzione meritano le serenate (già menzionate dal canonico Caputi nel suo libro “Cenno storico su… Ferrandina” del 1859).
Nei tempi più remoti, queste venivano accompagnate dal suono tipico del “cupa- cupa” e delle zampogne, in seguito dal mandolino o dal violino e poi da complessi con fisarmonica e chitarra. Si cantavano caratteristiche e melodiche nenie carnevalesche, stornellate molto ambigue, spinte, a doppio senso, che spesso creavano “botta e risposta” tra chi portava la serenata e chi la riceveva.
Le serenate avevano diverse finalità; c’erano quelle amorose, portate da giovani speranzosi che si aspettavano dalle ragazze sguardi accondiscendenti per il fidanzamento, quelle spensierate allegre che raccoglievano salsiccia, uova, olive al forno ed altre leccornie che venivano consumate nelle cantine dove si mangiava e si beveva vino per tutta la notte fino all’albeggiare del giorno dopo.
A “Carn.valòun”, cioè la domenica successiva al mercoledì delle ceneri in molte case si organizzavano balli e canti o “s. rumbijv a p.gnàt” (pentolaccia), si consumavano “cicjr o tuof, faf arrustùt” e si bagnava la gola “annutucuàt” con lunghi sorsi di vino, gorgogliati “o iascarìdd ca cannùccj”.
Un altro particolare da ricordare e che il nostro carnevale non ha mai avuto vestiti o maschere particolari, tramandati nei secoli. Venivano indossati stracci, vestiti vecchi, pantaloni e maglie senza forme, girate all’inverso, scarpe rotte, bucate; ognuno assumeva un’immagine di straccione, di pastore malandato con un cappello strano sulla testa, “chl’angin o na parroco.l mmàn” e il viso tinto a strisce nere per camuffare la vera identità.
Solo dopo il 1950/60 si vedevano alcune donne e alcuni bambini vestiti da Pacchiana, maggiormente per fare qualche foto ricordo; vestito utilizzato, poi, dai gruppi folk per feste popolari e durante i balli di quadriglia e tarantelle.
Il carnevale, quindi, è stato sempre l’occasione per dimenticare i sacrifici di un anno, le sofferenze quotidiane; finalmente la gente trascorreva un periodo di svago, di spensieratezza, di scherzi, di baldoria, ogni cosa era avvolta da un clima festaiolo; non mancavano, però, abusi sfrenati, esagerazioni inopportune, ma come dice il proverbio: “a carnevale ogni scherzo vale”.
Già da alcuni decenni il carnevale a Ferrandina ha perso la unità di una volta, il ritmo danzante di allora, le serenate sono finite nei ricordi.
Dopo un periodo di abbandono assoluto, da alcuni anni alcune associazioni organizzano il carnevale con carri affittati a Putignano o costruiti in loco, con sfilate di maschere varie, tratte da personaggi televisivi o da film, da cartoni animati, dalla storia; non mancano principi o principesse, scheletri e tante figure bizzarre.
Rimane sempre quel clima ironico, festaiolo, allegro che pervade grandi e piccoli, uniti nella semplicità e nella spensieratezza del carnevale.
Mario Pallotta
Novità attuali sul carnevale a Ferrandina

In un convegno tenuto a San Mauro Forte, un docente universitario di Matera e Potenza ebbe a sostenere che le maschere tradizionali e antropologiche non sono state sempre uguali, ma hanno avuto anche dei muta nei decenni successivi; quindi, anche oggi come nel passato, possono nascere nuove maschere, purché rispecchino certe realtà ambientali, territoriali e sociali. Proprio in seguito a queste certezze espresse da storici e professori, ho cercato di realizzare una idea nutrita dal tempo, quella di creare una maschera che diventasse tipica di Ferrandina e che nascesse dalla realtà del territorio ferrandinese, cioè l’ulivo.
Ebbene, l’ulivo Maiatica ha rappresentato nel corso dei secoli, non solo il prodotto agricolo principale della ricchezza del nostro paese, ma pure le lunghe e continuate fatiche dei nostri avi.
Da tenere presente, anche, che a Ferrandina, era tradizione nei secoli scorsi, festeggiare la fine della raccolta delle olive con “U Mascj”, cioè il mascio ferrandinese, che nell’occasione i braccianti e i salariati di allora portavano al loro padrone terriero con rami pieni di olive per indicare che l’annata era andata bene e aveva avuto una raccolta abbondante e copiosa.
Il padrone li premiava con un lauto pranzo o cena.
Il Mascio, spesso, coincideva con il periodo di carnevale, quindi, diventava tutta una festa che si intrecciava con i canti e i balli carnascialeschi.
Forte di tutto questo, essendo l’Ulivo presente nel nostro territorio da oltre duemila anni, questa maschera nata come “ Maschera dell’ulivo Majatica”, si identifica spontaneamente e realmente ad esserà “ Patriarca” così come lo denominano gli esperti, gli scienziati della materia e dell’ambiente.
La “Maschera dell’Ulivo Majatica” fu inaugurata dalla Pro Loco, con presidente Mario Pallotta, sul comune di Ferrandina il 25 febbraio 2017dal sindaco Prof. Gennaro Martoccia, con la partecipazione di numerosi cittadini.
Mario Pallotta
Realizzazione concreta di una idea

Con il passare degli anni la “ Pro Loco Ferrandina” ha intensificato il proprio impegno a dare fattivamente al proprio paese una maschera che diventasse antropologica nel rispetto del territorio e della volontà popolare. L’obiettivo della Proloco oggi anno 2025, Con presidente Rocco Zito, è quello di ottenere ufficialmente il riconoscimento di Maschera Antropologica, attraverso l’iscrizione al ministero della cultura; progetto nato per promuovere l’incontro con la diversità e favorire il dialogo Interculturale.
Ispirata alla cultivar Majatica, una varietà autoctona di Oliva che rappresenta un’eccellenza agroalimentare di Ferrandina, la maschera è caratterizzata da un costume che richiama l’aspetto ai colori dell’albero dell’ulivo, con elementi che rappresentano rami, foglie e frutti.
La “Maschera dell’Ulivo” copre quasi completamente il corpo; è caratterizzata da una
tunica di juta che simula il tronco dell’albero con le sue radici; il volto è coperto da una maschera che copre parzialmente gli occhi e il naso, di colore oro come l’olio d’oliva; il capo è arricchito da una corona folta di foglie d’ulivo con i suoi frutti. Il dorso è ricoperto da rigogliosi rami d’ulivo con i suoi frutti pregiati i quali esaltano la maestosità e l’imponenza della figura. La maschera è arricchita da utensili come pertiche, bastoni di legno e cesti di vimini che rievocano la raccolta a mano delle olive.
Dal punto di vista antropologico, la maschera rappresenta la connessione tra l’essere umano e la natura; essa rappresenta un “sistema” di simboli e indizi che interpretano la realtà ed evocano il passato e le tradizioni popolari locali, suscitando nel contempo forti emozioni. Durante le sfilate, le maschere dell’ulivo sembrano “camminare”, evocando la presenza viva e dinamica degli ulivi nelle campagne ferrandinesi.
L’ulivo è simbolo religioso; rappresenta il Cristo, che attraverso il suo sacrificio, diventa strumento di riconciliazione e di pace per tutta l’umanità; l’olivo diventa una pianta sacra e, sacro è il succo dei suoi frutti, l’olio.
È simbolo di fertilità e la maschera raffigura la riproduzione e la crescita della comunità. È simbolo di saggezza, sapienza e gloria rappresentati dalla corona. È simbolo di pace. Recuperare questi valori significa recuperare il valore della vita umana.
Carmela Canosa











