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UN BRICIOLO DECISIVO AL GRANDE EDIFICIO DEL RISORGIMENTO ITALIANO

Si erano fatto le ossa alcuni ardimentosi patrioti locali, trasportati dall’eco dei movimenti insurrezionali italiani, partecipando ai diversi moti carbonari e mazziniani.

All’inizio fu una partecipazione volontaria, spontanea, non organizzata, dove l’ideale di una patria libera, unita nasceva dai sacrifici quotidiani, dalle aberrazioni di subalternità dei ruoli, dalle angherie subite e consumate negli angoli di sperduti paesi.

Fu l’anelito che spingeva gli eletti umani verso mete sempre più alte e che maggiormente stimolavano l’intrinseca reazione che non si fermava neanche contro gli ostacoli della natura, ma si fortificava con linfa nuova, pronti a ribellarsi alle repressioni, ai sistemi dispotici, alle oppressioni delle tirannie.

Si creava, quasi, una situazione di bilancia insolvibile tra oppressi e oppressori che, di volta in volta, chi soccombeva riusciva a trovare una rinnovata e indomita forza: gli uni si inferocivano con nuove persecuzioni, utilizzando sempre nuovi sistemi di repressione; gli altri, rinfuocati dal braciere sempre ardente, rafforzavano la loro fede e i loro ideali con nuovi disegni, con tentativi segreti, incentivando una propaganda più curata, tesa a ricercare sempre nuovi proseliti, mossi da rinnovati entusiasmi, decisi a lanciarsi negli spazi della vittoria e a tagliare definitivamente i lacci del piatto delle persecuzioni borboniche.

In questa continuata e altalenante situazione si forgiarono i nostri martiri a cominciare da Giuseppe e Tommaso Venita, i nostri eroi Gaspare Laudati, Padre Zaccaria da Ferrandina, (al secolo Prof. Nicola Lanzillotti), Giacomo e Domenico De Leonardis, Carmine Siviglia, Nicola Schiavone, Domenico Scorpione, Filippo De Lizza, Girolamo Candela, Leonardo Murante, Raffaele Masciulli, i canonici Nicola Lisanti e Fedele Galtieri, Felice Bitonti, Nicola Petrucelli (detto lo zoppo irrequieto, sempre pronto alle insurrezioni) e tanti altri.

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In questa continuata e altalenante situazione si forgiarono i nostri martiri a cominciare da Giuseppe e Tommaso Venita, i nostri eroi Gaspare Laudati, Padre Zaccaria da Ferrandina, (al secolo Prof. Nicola Lanzillotti), Giacomo e Domenico De Leonardis, Carmine Siviglia, Nicola Schiavone, Domenico Scorpione, Filippo De Lizza, Girolamo Candela, Leonardo Murante, Raffaele Masciulli, i canonici Nicola Lisanti e Fedele Galtieri, Felice Bitonti, Nicola Petrucelli (detto lo zoppo irrequieto, sempre pronto alle insurrezioni) e tanti altri.

Ferrandina divenne uno dei dieci sottocentro della regione, mentre Corleto Perticara, per la sua posizione centrale tra le Puglie, la Calabria e il Salernitano, divenne la sede centrale del Comitato Insurrezionale.

Continuavano i rapporti, le informazioni, le azioni di propaganda e di preparazione alla lotta estrema. Segretamente fu stabilita la data dell’inizio dell’insurrezione lucana: Ferrandina, man mano che si avvicinava l’ora fatale, diventava un paese silenzioso,nessuno si vedeva in giro.

Piazza del Largo, attuale Piazza Plebiscito, era vuota, solo passanti occasionali, villani intenti a trovare una giornata di lavoro, contadini a cavalcioni sul loro ciuco che si recavano nei campi o vecchiette e bambini che andavano in chiesa, richiamati dai rintocchi delle campane.

La vita si animava, invece, nei cunicoli sotterranei, comunicanti tra loro da un Palazzo Gentilizio all’altro, da un convento all’altro. il 18 agosto 1860.

Attenta era la polizia borbonica, perseguitava per ogni sospetto, inviava ai confini, per diradarne e fiaccarne le forze, per ogni piccolo dissenso. Bisognava stare attenti!.

Ferrandina, man mano che si avvicinava l’ora fatale, diventava un paese silenzioso  nessuno si vedeva in giro.

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Piazza del Largo, attuale Piazza Plebiscito, era vuota, solo passanti occasionali, villani intenti a trovare una giornata di lavoro, contadini a cavalcioni sul loro ciuco che si recavano nei campi o vecchiette e bambini che andavano in chiesa, richiamatidai rintocchi delle campane.

La vita si animava, invece, nei cunicoli sotterranei, comunicanti tra loro da un Palazzo Gentilizio all’altro, da un convento all’altro.

Qui, in queste oscure e tondeggianti gallerie si incontravano i decidere i momenti di insurrezione, le forme, i modi e i luoghi di scontro.

Era il 16 luglio del 1860. La mattina Ferrandina si svegliò in una serena e rosea alba; i ra sole ridevano sulle pareti delle case palazziate, come pure su popolo.

Le strade, sotto un cielo limpido, azzurro incominciavano a mov consueti lavori, ma per una ricorrenza religiosa.

Era il giorno della Madonna del Carmine, festa della Chiesa del Purgatorio, vecchio convento dei domenicani, che dominava tutto il paese del centro storico. La processione doveva iniziare il pomeriggio intorno alle ore 18,00, fare il giro del paese con una sosta in Piazza del Largo, davanti la Chiesa Matrice, Santa Maria della Croce, dove venivano sparati i fuochi d’artificio.

Quel pomeriggio in Piazza del Largo si respirava un clima enigmatico, c’era diffidenza nelle persone, attesa, sguardi furtivi, segni impercettibili di intesa.

Intanto la Piazza si popolava sempre di più.

Nell’attesa che arrivasse la processione, le persone passeggiavano lentamente, fermandosi ogni tanto, quasi per trovare nuovi argomenti di discussione e di passatempo.

L’unica guardia municipale rimasta in piazza per il servizio d’ordine era indaffarata ad allonanare i bambini dalla zona interessata agli spari dei fuochi pirotecnici.

“U Sparapizz” (colui che preparava e accendeva i fuochi) controllava i lunghi fili di acciaio, posizionati a spalliera, dove erano appese e sistemate le “batterie” con bombe e bombette, o osservava le ruote (rotelle) se erano ben collegate tra loro.

I patrioti ferrandinesi erano disseminati in punti diversi della piazza o all’imbocco dei “crocicchi” delle tante strade che sfociavano sulla piazza stessa.

La processione, accompagnata da preghiere e da canti religiosi, alternati da marcette era arrivata davanti alla Chiesa Matrice e la statua della Madonna del Carmine fu adagiata su un tavolo addobbato per l’occasione. 

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La Piazza del Largo era ormai gremita da gente di ogni ceto: da popolani, da nobili, da borghesi, da contadini e villani che erano venuti eccezionalmente in paese a festeggiare la Madonna.

Si attendevano i primi spari pirotecnici, quando, all’improvviso da ogni angolo della piazza e dai punti centrali più affollati furono lanciati in aria cappelli di ogni tipo o forma, seguiti da urla acclamanti alla Costituzione, a Garibaldi, all’Italia Unita.

Segui un diffuso bisbiglio, poi, un silenzio generale, subito interrotto dalle continue e incalzanti grida di tutta la popolazione.

Si mischiavano nell’aria botti assordanti e concatenati, variazioni di luci e colori, esplosioni di gioia e grida di libertà.

I pochi gendarmi presenti, di fronte a questa inaspettata e difficile dimostrazione rimasero fermi, preferirono non intervenire per non alimentare ancor di più la folla:

Si affrettarono solo a riferire l’accaduto alle autorità superiori di Matera.

Infatti, dopo due giorni, il 18 luglio 1860 arrivarono in Piazza del Largo 15 gendarmi armati di tutto punto, pronti a reprimere la ribellione.

Ma, trovarono la Piazza gremita di gente minacciosa che, ormai, non acclamava solo a Garibaldi e a Vittorio Emanuele, ma anche al diritto delle terre e alla fine delle ingiustizie e dei soprusi.

I gendarmi furono obbligati a togliersi il cappello e a gridare “Viva Garibaldi, Viva l’Italia”.

In cambio fu concesso loro di lasciare indenni la piazza e di ritornare presso le rispettiva famiglie.

La scintilla era scoppiata; Ferrandina aveva acceso la miccia delle insurrezioni, che subito dopo scoppiarono in tutto il meridione.

Intanto era giunto il momento della insurrezione a Potenza.

Da Ferrandina “si mosse verso colà una colonna, forte di molti giovani bene armati, alcuni anche a cavallo, preceduti dal concerto musicale del Municipio, e tutti al comando dei signori Carmine Siviglia e Giacomo De Leonardis”. (Prof. Nicola Lanzillotti)

Fu facilitata, così, la trionfale salita di Garibaldi verso Napoli e il suo incontro con Vittorio Emanuele II a Teano.

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Foto Gallery

BIBLIOGRAFIA

1 – Nicola Caputi: CENNO STORICO: 1859

2 – Nicola Caputi: CENNO STORICO: 1870

3 – Prof. Nicola Lanzillotti: lettera dott. Albini

4 – Dott. Albini: Cronaca Lucana, Anno II, n. 34

5 – Michele La Cava: volume “Cronistoria della Rivoluzione in Basilicata

6 – Rev. Salvatore Centola : FERRANDINA E LE SUE REMOTE ORIGINI ELLENICHE – LUCANE

7 – Nuccia Barbone e Francesco Lisanti: FERRANDINA RECUPERO DI UNA IDENTITA’ CULTURALE. CONGEDO EDITORE 1987

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